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l'acqua

Il ricorso al lago

Nel 1970 (a capo dell'esecutivo di palazzo Cernezzi, Antonio Spallino, presidente della società, Aldo Colli) viene municipalizzata anche la gestione dell'acqua.

È il momento in cui l'Acsm (Azienda comunale servizi municipali) comincia a riconoscere se stessa. Nel bilancio di previsione i numeri di una tensione. Gas: 665 milioni di entrate effettive, utile di 4 miliardi 275 milioni. Acquedotto: 418 milioni di entrate effettive, utile di 10 milioni. Nella relazione si rimarca: “Lo sforzo compiuto dall'azienda e dai suoi amministratori al servizio della comunità, rilevando che la rete di distribuzione del gas si sta ampliando ancora e che l'autofinanziamento ha dato buoni frutti”.

Con l'acqua, inizia un'altra storia. E quella storia, naturalmente, ricomincia con un'altra scommessa industriale e operativa. Il problema più pressante, senza trascurare la stessa impellenza rilevata nella partita del gas (ossia tonificare ed arricchire una rete estesa 139 chilometri), è l'approvvigionamento. Un'amenità nella città bagnata e promozionata dal Lario, ma soltanto in apparenza. Anche culturalmente, infatti, Como è ancorata all'ultimativa sentenza vergata da mano anonima su un incartamento ufficiale nel 1882: “Nel nostro bacino colano le più schifose immondizie della città, non è da pensare a cavar acqua, nemmeno presso il fondo”. Una sentenza contagiosa che inibisce persino la tecnologia.
Tuttavia la stessa difficoltà, con la progressiva espansione delle attività che compromettono le prime profondità del sottosuolo, si riscontra nel recupero delle fonti alternative.
 
Individuare falde e costruire pozzi è sempre più complicato: occorre scavare persino a 180 metri di livello, come nel caso di Tavernola. Eppure il razionamento è ormai incompatibile con la dimensione e il profilo (anche turistico) della città. Dopo un confronto sofferto, finalmente e inevitabilmente si decide di ricorrere all'inesauribile giacimento naturale.

Ancora: come con l'avvento del metano l'azienda aveva cambiato il volto della città, con il ricorso al lago le riconsegna la percezione di un ciclo vitale che oggi, nel mondo chiamato a non disperdere bensì a far tesoro delle proprie risorse, è ormai un precetto non prescindibile. È un'altra svolta epocale. Nel 1983 (presidente Antonio Parravicini) entra in funzione il primo impianto di depurazione (già due anni dopo, la seconda centrale consegue una potenzialità di trattamento di 200 litri al secondo). Nel 1982 l'Acsm aveva rilevato anche l'acquedotto industriale che, non necessitando di trattamento, pescava direttamente nel Lario sin dal 1920.

L'azienda riqualifica la rete e i punti di prelievo, coronando in fretta un livello di alta qualità nella prestazione, peraltro non sollecitato dall'ormai inesorabile emigrazione dei presidi produttivi all'esterno del perimetro della convalle.